lunedì 19 aprile 2010

Presentazione a ORTUCCHIO / AQ (Sabato 8 maggio)

ORTUCCHIO (AQ)
Sala consiliare - Piazza A. Zampa

Il colore del caffè
di Arturo Bernava

Sabato 8 Maggio - ore 17,30

Presenterà Ileana Moretti

Parteciperanno l'Autore e l'Editore

mercoledì 7 aprile 2010

Presentazione a San Salvo e Vasto (Sabato 10 aprile)

Due presentazioni de

Il colore del caffè
di Arturo Bernava

nella giornata di Sabato 10 aprile


ore 16,30
SAN SALVO

Parrocchia san Giuseppe (Piazza san Vitale)
Presenteranno Rosita Paganelli e Marco Tornar

Ore 18,30
VASTO

Palazzo D'Avalos - Sala Pinacoteca (Piazza L. Pudente)
Presenterà Giuseppe Catania

Parteciperanno l'Autore e l'Editore





giovedì 18 marzo 2010

RECENSIONE di Rosa Aimoni

Romanzo storico e appassionante, "Il colore del caffè" si presenta come un libro che regala sicure emozioni al lettore, vuoi per gli argomenti trattati, vuoi per lo stile compositivo, semplice e scevro da ogni difficoltà.

Ambientato nel periodo fascista, narra la storia di un maresciallo dei carabinieri, Dante Modiano, che trasferito d’ufficio in un piccolo paese dell’entroterra abruzzese, con ostinazione e coraggio si trova ad indagare su un omicidio commesso anni prima e mai risolto. Ma se la divisa di Dante Modiano è garanzia di un ordine e di un rigore che sono lo specchio del tempo in cui vive, la sua personalità è invece libera, distaccata e lontana dai valori della propaganda fascista.

La narrazione, oltre a porre in risalto l’orrore delle leggi razziali emanate in quel periodo, si focalizza su diversi argomenti, non ultima l’esperienza del manicomio e della pratica dell’elettroshock, abusata in periodo fascista, da parte di uno dei personaggi più riusciti del libro, e sottolinea così il carattere metastorico di certe tematiche, parlare delle quali non è affatto anacronistico. La capacità dimostrata dall’autore nella descrizione della personalità di personaggi minori non è banale, e ciò è particolarmente vero quando riferito al cieco Alfredo Corsi, la cui filosofia di vita è tutta racchiusa nell’abitudine di tenere la chiave di casa fuori dalla porta, in modo tale da consentire a chiunque di entrare. Emblema di un possibile modo diverso di vedere gli eventi, o di valutare e interpretare la vita, tanta fiducia nel prossimo non mette mai in dubbio la validità dei valori fondamentali, quali il reciproco rispetto e la solidarietà.

Pur essendo un romanzo storico, "Il colore del caffè" non manca di trattare gli argomenti più svariati e attuali come quello delle frodi finanziare ai danni dei risparmiatori. E’ un libro che si legge in un fiato e ricorda in ogni pagina come la storia sia un ciclo e riciclo di eventi da non dimenticare per evitare, per quanto possibile, di ripetere gli errori, e come il colore del caffè, ed il suo gusto, siano una questione di preferenze, di punti di vista, di gusti personali.



http://www.sololibri.net/Il-colore-del-caffe-di-Arturo.html

mercoledì 13 gennaio 2010

lunedì 4 gennaio 2010

RECENSIONE di Sonia Bucciarelli

Il colore del caffè, titolo del libro di Arturo Bernava e metafora della vita, è il filo conduttore di tutto il racconto, e al variare del suo colore corrispondono nuove situazioni, emozioni diverse, gioiose, amare, nere, bianche.
È il caffè il protagonista nascosto del romanzo, delle scene vissute dal protagonista, dei momenti cruciali della sua storia e di quella dei cittadini del paese abruzzese chiuso nell’abbraccio delle montagne, con le vie del borgo che si imbiancano di neve, silenziose in inverno e illuminate dalla luce soffusa delle notti d’estate.
Dante Modiano è un maresciallo che ne è stato da poco trasferito e che riesce a vedere oltre la coltre di tranquillità che tutto lassù permea, e parte da un omicidio risalente a sedici anni prima, nel quale si nascondono le radici di un caso poco chiaro; idealista e non disposto ai compromessi, Modiano intende andare in fondo alla faccenda.
Allo stesso modo altre sono situazioni che suscitano più di un dubbio, non ultimo il fallimento della banca che ha condizionato la vita degli abitanti del paese e il cui epilogo giudiziario apre le prime pagine del romanzo.
Le ricerche di Modiano si scontrano con le difficoltà di chi intende ostacolarlo, di chi insinua dubbi e con i desideri della sua parte meno razionale, perché Modiano è un carabiniere ma anche il giovane rampollo di una nota famiglia della società romana, un uomo con normali desideri di affetto, di una vita semplice e di amore. Inaspettato, un sentimento lo coinvolge lentamente ma appassionatamente dopo aver faticato a mostrasi, a definirsi persino a lui.
Molti sono i personaggi che si delineano nel corso del libro, e ognuno a modo suo sarà determinante nello sviluppo della vicenda, ognuno dà suono a una voce, dà vita a uno sguardo diverso, eppure tutti sono ugualmente indispensabili per consentire la visione d’insieme che serve al maresciallo per cogliere il nesso fra gli eventi.
Il tempo, insieme alla tragedia della guerra, porterà cambiamenti, colori diversi che si raccoglieranno in una tazzina di caffè, come ciò che più rappresenta ciascuno di loro, come il desiderio più profondo di condivisione che il rituale del caffè da sempre implica.

Sonia Bucciarelli

martedì 15 dicembre 2009

Presentazione alla Libreria De Luca di Chieti (Venerdì 18 Dicembre, ore 18,00)

Libreria De Luca
Via C. de Lollis n. 10 - CHIETI


Venerdì 18 Dicembre, ore 18,00

Presentazione del libro

Il colore del caffè
di Arturo Bernava

Presenterà Vito Moretti

domenica 13 dicembre 2009

sabato 14 novembre 2009

RECENSIONE di Renzo Montagnoli

Di un libro si devono leggere le pagine interne per poterlo valutare, ma mi permetto questa volta di iniziare parlando della copertina di Vincenzo Bosica, che introduce benissimo all’atmosfera del romanzo.

Quei tre personaggi d’altri tempi, fotografati lungo la via di un borgo, che si nota con le sue torri sullo sfondo, il militare che fa parte del terzetto e, più in alto, quasi a sbucare dal cielo, le immagini dei volti di un maresciallo dei carabinieri e di una donna sognante sono la miglior porta d’ingresso che potesse essere fatta per una vicenda che, al primo colpo, può sembrare scontata, ma che poi, evolvendo pagina dopo pagina, avvince il lettore costringendolo, beninteso volentieri, a vivere in un’epoca passata e in un mondo piccolo, popolato da piccoli grandi uomini.

Bernava è riuscito a ricreare l’atmosfera di un paesino abruzzese nel periodo che va dagli anni ’30 alla fine della seconda guerra mondiale, una realtà chiusa solo in apparenza, perché nell’ambito ristretto fioriscono personaggi e idee forse più che in una grande città.

C’è tutta la solidarietà della povera gente, la dignità di quelli che sembrano vinti dalla vita, ma che invece hanno saputo conoscere il suo vero significato, il tutto raccontato con piccole storie che piano piano si concatenano, dando vita a un affresco corale di rara efficacia e peraltro assai gradevole.

Sì, il personaggio principale è il maresciallo Modiano, della locale stazione dei Regi Carabinieri, ma all’intorno si animano figure solo in apparenza minori, ognuna con un ruolo ben definito che recita al meglio.

Romanzo che agli inizi può apparire senza pretese, Il colore del caffè finisce con il diventare uno di quei piccoli gioielli della letteratura che sono delle vere e proprie icone non solo per il messaggio contenuto, ma anche per lo stile, non consueto, agile, mai ridondante e che consente all’autore anche delle divagazioni di prosa poetica senza che le stesse risultino fuori luogo e comunque tediose. Anzi, queste poche parentesi sono le riflessioni del narratore che forniscono spiegazioni, consuntivi dei fatti che si susseguono, spesso esposti con un tono velatamente ironico che stempera certe malinconie che prendono a leggere del cieco Alfredo, del trovatello Nennè e di Gerolamo, rinchiuso a lungo in manicomio perché non parlasse.

In questo romanzo, poi, troviamo la grande forza del libro, la sua capacità di raggiungere i cuori, di far pensare, di emozionare, e in questo senso è un omaggio alla scrittura, alla carta stampata che permette di farla conoscere a tanti, al suo profumo inconfondibile, come quello del caffè, che piace tanto al maresciallo Modiano.

Nelle pagine c’è già chi ha fatto delle scelte, mentre alla fine ci sarà chi finalmente e consapevolmente saprà fare la sua scelta, scoprendo il vero senso della vita.

Il colore del caffè è un romanzo d’esordio, eppure sembra scritto da un autore già esperto, che rifugge facilmente la retorica e la facile commozione per offrirci un lavoro di autentica eccellenza.

La lettura è vivamente raccomandata.


Renzo Montagnoli


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=5968



lunedì 9 novembre 2009

INTERVISTA di Simone Gambacorta

Arturo Bernava è nato a Chieti nel 1970 e vive con la famiglia a Roseto degli Abruzzi (Teramo), dove lavora come direttore di banca. Di recente ha pubblicato “Il colore del caffè” (Solfanelli, pp. 192, Euro 12), un romanzo ambientato in Abruzzo durante il “ventennio” fascista, tra l’ombra delle leggi razziali e il sorgere d’un sentimento che lega il Maresciallo dei Carabinieri Dante Modiano a una donna di nome Lorena. Ma oltre a questo, la storia racconta molto altro. Ne abbiamo parlato con Bernava, partendo dalla sua vita di lettore per arrivare ai personaggi che popolano le sue pagine.

Ci racconti di lei e del suo approccio al mondo della scrittura.

“Ho sempre pensato che scrivere sia fantastico perché permette di dare corpo alla fantasia. E siccome la fantasia è fantastica per definizione, lo scrivere mi affascina perché dà la possibilità di creare dei mondi “alternativi” che però, per fortuna, nulla hanno a che vedere con la cosiddetta “realtà virtuale” molto – troppo – di moda in questi tempi. Ecco… quando ho scoperto tutto questo, ho capito che scrivere poteva essere per me il veicolo per dare corpo alla tanta “vita” che non riuscivo ad esprimere concretamente, e che restava compressa nei meandri della mia mente; avrei anche potuto dire “del mio cuore” o “della mia anima”. È stato però un percorso lungo, non frutto di una improvvisa illuminazione. L’approccio alla scrittura è avvenuto per gradi”.

La domanda è allora d’obbligo: quando e perché ha iniziato a scrivere?

“Comincio dal perché. Credo che la mia voglia di scrivere nasca dalla enorme passione per la lettura. Ho sempre adorato leggere, sin da bambino. E più leggevo più riuscivo a concretizzare per iscritto i miei pensieri; ma inizialmente e per lungo tempo questo è accaduto solo in ambito lavorativo. Come narra la mia biografia ho vinto il primo concorso letterario a dodici anni, ma è stato un caso sporadico. Ho ripreso a scrivere – in senso letterario – solo nel 2003 e per lungo tempo ciò che scrivevo è rimasto nei cassetti perché lo ritenevo lontanissimo da ciò che invece leggevo e adoravo. Nel 2004 scrissi un racconto breve che vinse un premio letterario, ma anche in quel caso non sono riuscito ad avere continuità. Se dovessi indicare un periodo esatto in cui ho iniziato a scrivere “seriamente” direi senza dubbio nel 2007, un anno molto difficile per me a livello personale, ma – come spesso accade in questi casi – pieno di cose da raccontare”.

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

“Dare voce ad una parte di me che a sua volta vuol dare voce a chi non ne ha. Non è idealismo o retorica, semplicemente una constatazione. Nei miei scritti, spesso, cerco di convogliare quelle sensazioni e quelle emozioni che “rubo” in giro. Io non scrivo quasi mai di fatti autobiografici, ma sempre di storie prese in prestito. Credo che il miglior modo per ringraziare chi mi presta le proprie storie, le proprie parole, sia fare da cassa di risonanza alle loro esigenze. E siccome io scrivo spesso di “deboli”, questo rendere – anche solo per poco – i deboli un po’ più forti mi gratifica molto”.

Quali sono i suoi libri del cuore?

“Qui rischio di essere banale, ma ai libri del cuore non si comanda. “Il manuale del Guerriero della Luce” di Coelho, ed è un peccato che Coelho si sia sottomesso al “mercato”, “Il piccolo Principe”, “I ragazzi della Via Paal”, che è stato il primo libro che ho letto in vita mia, “Don Camillo” di Guareschi ed “Il Signore degli anelli” di Tolkien. Forse non sono granché al livello culturale, ma come dicevo prima, al cuor non si comanda”.

Cosa le piace e cosa non le piace della narrativa italiana di oggi?

“Mi piace il ritorno alla scrittura “vera”, fatta di punteggiatura e di pensieri scritti in italiano. Negli anni passati si è assistito ad un tipo di scrittura che riproduceva in maniera troppo puntuale la lingua parlata. Alcuni autori l’hanno saputo fare benissimo – penso ad esempio ad Enrico Brizzi ed al suo primo romanzo – altri davano l’impressione di non conoscere nemmeno l’italiano. E questo è rimasto un punto molto debole della narrativa italiana. Credo che una parte della colpa sia degli editori, troppo attenti al mercato e meno ai contenuti. La prova di quanto appena detto – ampliando il discorso dalla narrativa ai libri in generale – sta nella presenza in libreria di sempre meno scrittori professionisti a beneficio di tanti autori che però scrittori non sono: calciatori, cantanti, psicologi, presentatori, politici, comici, re e regine. Tutti a scrivere libri. Ma la qualità?”.

Torniamo a lei. Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

“Io ho sempre difficoltà nel trovare “la storia”. Ritengo sempre che le storie che mi passano per la mente siano banali. In realtà non è sempre così; leggendo alcuni libri mi accorgo che spesso molte storie banali “reggono” bene, forse proprio grazie alla capacità dell’autore di narrarle in maniera avvincente. Ma ogni volta che mi trovo dinanzi ad un qualcosa di nuovo da raccontare mi chiedo: “Non sarà banale? Davvero interessa a qualcuno?”. Poi mi dico che dovrei concentrarmi più sul modo di raccontare che non sul contenuto. Ma so bene che se c’è una bella storia da raccontare, il modo di scriverla viene fuori quasi automaticamente. Sembra che la storia stessa sappia come farsi narrare. Una bella storia riesce a catturare l’attenzione del lettore e gli dà la possibilità di “vivere” il testo narrativo”.

Com’è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel romanzo “Il colore del caffè”?

“Il libro nasce fondamentalmente da un racconto, che aveva lo stesso titolo, “Il colore del caffè”. L’avevo scritto per trattare l’ignominia delle leggi razziali, promulgate appunto nel 1938. Il racconto uscì così bene che vinse alcuni concorsi per “inediti”; in uno di questi, a Pescocostanzo, la numerosa giuria popolare rimase addirittura entusiasta dell’ambientazione e dei personaggi. Sono stati questi giurati, indirettamente, a convincermi a continuare la storia del maresciallo Modiano e della piccola comunità del paesino abruzzese. Per scrivere il romanzo, però, non bastavano le poche nozioni che avevo utilizzato per il racconto breve; così, oltre al ricordo degli anziani, è stato necessario un lavoro di documentazione molto attento e scrupoloso, che mi ha appassionato molto”.

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

“L’editore, nel luglio del 2008, mi chiese una raccolta di racconti da pubblicare, visto che era da diverso tempo che non ne pubblicava una. Credo si fosse rivolto a me avendo saputo dei numerosi premi letterari che avevo vinto. Io non ero entusiasta, perché per il mio primo libro preferivo un romanzo e non una raccolta di racconti. Tuttavia mi misi al lavoro, riprendendo dei miei racconti già premiati e riadattandoli all’ambientazione storica e ai personaggi de “Il colore del caffè”. Ma ovviamente – vista la genesi – la prima stesura non piacque né a me né all’editore. Per cui accantonai la raccolta di racconti e nacque il romanzo così com’è stato pubblicato. Tutto questo processo credo sia durato quasi un anno, ma come detto in esso entrarono degli scritti prodotti anche nel 2007 ed uno – quello di Alfredo- persino nel 2004”.

Come mai una collocazione storica tanto precisa?

“Per diversi motivi. Intanto, come detto, volevo parlare delle leggi razziali. Poi volevo anche un periodo poco “utilizzato” dai narratori contemporanei. Ho letto molti romanzi ambientati nella seconda guerra mondiale o negli anni ’50 e ’60, pochi nel “ventennio” e quei pochi che ho letto mi hanno appassionato talmente tanto che mi hanno spinto ad ambientarvi la mia storia”.

Ha lavorato anche molto sui personaggi, a cominciare da Dante e Lorena.

“Dante Modiano è un maresciallo dei carabinieri giovane e idealista. Spesso le due cose vanno di pari passo e di pari passo si dividono. Ho voluto tratteggiare una persona che non fosse un eroe – per quanto idealista – ma anzi che lasciasse trasparire anche i propri punti deboli. Si troverà a dover fare i conti con la propria coscienza, quando verrà posto di fronte alla scelta tra il fare il proprio dovere o far prevalere l’aspetto umano della vicenda. E le sue scelte, secondo me, sono proprio il punto di svolta del libro. Così come le scelte di Lorena Venti, giovane vedova che si innamora – forse – di Modiano. Lorena ha una personalità persino più complessa di quella del maresciallo. Apparentemente non acculturata, conosce bene la vita, malgrado sia cresciuta in un ambiente “chiuso”. Lorena è molto più concreta di Modiano e molto più di lui riesce a guardare lontano. Forse perché – come gli ha insegnato Alfredo, altro protagonista del romanzo – usa gli occhi del cuore e non quelli della mente”.

Altro aspetto del suo romanzo è l’ambientazione abruzzese. Come mai questa scelta?

“Quando prima abbiamo parlato dei libri del cuore non ho indicato nemmeno un libro del mio scrittore preferito, Camilleri. Non l’ho fatto perché a me piacciono tutti – o quasi – i suoi libri, sebbene anche lui ultimamente si sia un po’ lasciato prendere dal “mercato”. Una cosa che mi ha colpito sempre di Camilleri è stata la sua capacità di far conoscere al resto d’Italia – e del mondo- la sua Sicilia e soprattutto l’amore che lui ha per la sua terra. Ecco, io in piccolo, molto più in piccolo, ho voluto fare come Camilleri. Cercare di trasmettere a chi mi leggerà il mio amore per l’Abruzzo. Ultimamente la nostra terra è balzata agli onori della cronaca per i noti fatti legati al terremoto del 6 aprile. Ebbene con il mio libro – che peraltro ho finito di scrivere e gennaio del 2009 – vorrei dire che non dobbiamo dimenticare ciò che è accaduto il 6 aprile e tutti insieme dobbiamo impegnarci per ricucire le ferite. Ma l’Abruzzo è molto di più del terremoto. Lo era prima e lo sarà anche dopo”.

Cosa significa per lei raccontare una storia?

“Come dicevo prima, le storie che prendo in prestito mi danno la possibilità di dare voce a chi forse non ne ha, ma soprattutto di tirar fuori da me stesso una parte che nemmeno io conosco. È vero, non scrivo storie autobiografiche, però credo di mettere molto di me nelle storie che scrivo e per quanto cerchi di “nascondermi” bene, non sempre ci riesco. Raccontare una storia mi aiuta a capire meglio cosa ne penso della storia stessa e spesso sono io il primo ad essere sorpreso di ciò che scrivo. O, è capitato spesso, a commuovermi o a ridere a seconda della storia che racconto. In definitiva per me raccontare una storia significa viverla in prima persona, anche se non è sempre facile e soprattutto non sempre ci si riesce. Quando però accade, quando cioè riesci a vivere davvero le emozioni che stai scrivendo, allora capisci che chi leggerà quel testo riuscirà ad emozionarsi più facilmente. È da come “vivo” la storia scrivendola che capisco come la vivrà chi mi andrà a leggere”.

Cosa ha significato, invece, raccontare “questa” storia?

“Scrivere “Il colore del caffè” è stata la risultante di un lavoro molto complesso, ma anche variegato. La genesi stessa del romanzo – parlavo prima della raccolta di diversi racconti – mi ha dato la possibilità di convogliare nel libro buona parte – forse la migliore – della mia produzione letteraria degli ultimi anni. Raccontare questa storia, quindi, è stata una sorta di verifica di quanto avevo fatto sin qui. Una verifica che aveva già subito severe valutazioni – con i premi letterari – ma che ha trovato elementi di novità forti; un conto è scrivere un racconto, tutt’altra cosa un romanzo. È stata una prova, una sfida. E già essere arrivato in libreria è stato un risultato per lungo tempo insperato”.

Dia ai nostri lettori un motivo per leggere il suo romanzo.

“Ho sempre pensato che “chi si loda si imbroda.” Per cui non posso essere io a parlare bene del mio romanzo. Le riporto due sms che mi sono giunti da altrettanti lettori. Ecco il primo: “Che peccato, è finito Modiano. Finisce con un bell’inizio, come dovrebbe essere ogni storia. Per permettere all’autore, se vuole, di voltare pagina e raccontare ancora. Ma soprattutto per permettere al lettore di costruire poi la sua storia. Quella che vorrebbe dopo aver voltato pagina. Ecco un libro buono che si misura dal sapore che lascia in bocca. Come un buon caffè”.E questo è il secondo:“L’ho appena finito. Grazie, grazie, grazie e ancora grazie. Resterà a lungo nel cuore e vorrò rileggerne diverse pagine per meditarle a fondo o solo per vivere di nuovo la loro poesia”. Giuro che non li ho pagati, anzi… il libro l’hanno persino comprato”.

Come ha scelto il titolo del libro?

“Avevo già scritto un racconto anni fa dal titolo “Il colore della voce” e, come detto prima, un racconto dallo stesso titolo del libro, “Il colore del caffè”. Un protagonista “occulto” del romanzo è il cieco Alfredo. L’uomo non vede con gli occhi, bensì con gli altri sensi e più in particolare con gli occhi del cuore. È lui a percepire i colori della voce, delle stagioni, delle persone stesse. E anche del caffè. Il caffè, quindi, diventa metafora di vita e si trasforma in qualcosa di diverso; non liquido nero, ma caleidoscopio di tanti colori per chi sa guardare oltre. È anche un elemento aggregante, un po’ come lo è nella nostra vita di tutti i giorni. Un elemento che in quel periodo storico era anche prezioso, vista la sua scarsità a seguito delle sanzioni imposte dalla “Società delle nazioni”. Ho voluto, quindi, rendere omaggio ad una presenza quasi scontata della nostra vita, ma che acquisisce un’importanza notevole se vista con gli occhi del cuore. Il colore del caffè, in definitiva, è la “semplice” rappresentazione dei tanti colori della nostra anima”.


http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/007900_arturo-bernava-il-colore-del-caffe/

sabato 24 ottobre 2009

RECENSIONE di Antonella Santarelli

L’immagine di un paesino arroccato sulla montagna abruzzese, il ritratto ilare e pittoresco dell’era fascista, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, e il repertorio dei personaggi dalla grande umanità sono gli elementi sapientemente miscelati, con stile discorsivo semplice e immediato, da Arturo Bernava nel romanzo “Il colore del caffè”, ed. Solfanelli, 2009. Il romanzo di Bernava si legge in poco tempo perché la vicenda cattura oltremodo il lettore che “vive” il libro, come consiglia Alfredo, il vecchio saggio del paese, che saprà invogliare alla lettura un’intera comunità, composta da piccoli uomini, in gran misura analfabeti, intenti a scrivere la propria grande storia. Dante Modiano, rampollo di una famiglia nota negli ambienti più elevati della società romana, giunge, in veste di giovane maresciallo dei carabinieri, nel piccolo paese abruzzese, non si saprà fino alla fine del romanzo per quale motivo. Intreccerà la propria vicenda con l’esistenza della bella Lorena, bolognese di origine, anche lei con un segreto da svelare solo in parte. Avvincente la loro storia d’amore da mantenere segreta e dal coinvolgimento pieno dei sensi e dell’anima.
Il paese, così vicino alle stelle nelle notti d’estate, è il grande protagonista del romanzo con personaggi che costruiscono il tracciato del racconto grazie a fatti che uniscono le diverse esistenze, apparentemente infelici, in attesa di riscatto o destinate a recitare ruoli decisi altrove. Come quello del podestà, piccolo duce in miniatura , che riuscirà in qualche modo a riabilitarsi di fronte agli avvenimenti futuri. Molto bella e toccante la storia di Gerolamo, alle prese con la costruzione di una nuova identità dopo sedici anni di torture ed elettoshock in manicomio, punizione a lui inflitta per la sua grande storia d’amore in collisione con le regole della piccola comunità. L’ombra della persecuzione nazista traspare nella vicenda della povera famiglia ebrea ricercata nel paese e nel paese silenziosamente protetta.
La citazione posta in prossimità della fine “... E’ la solidarietà che salverà il futuro dei giovani... ” di un personaggio storico successivo all’epoca dei fatti narrati, papa Wojtyla, è quanto mai calzante di fronte all’ecatombe della seconda guerra mondiale.

Antonella Santarelli

http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.net/?t=43655604&view=getlastpost#lastpost

giovedì 22 ottobre 2009

Presentazione a Guardiagrele (CH), Domenica 25 ottobre, ore 22,00

RASSEGNA DELL'EDITORIA ABRUZZESE
Guardiagrele (CH) - 23-24-25 Ottobre 2009

Domenica 25 Ottobre - ore 22.00


Presentazione dei libri

IL COLORE DEL CAFFÈ di Arturo Bernava
Presenterà Marco Tornar

LA COLLINA DEI FUOCHI FATUI di Emiliano D’Alessandro
Presenterà Francesco Blasi

Edizioni SOLFANELLI


Informazioni:
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